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SESSANT'ANNI
25 aprile 1945 - 25
aprile 2005
Nell'anniversario che
segna la rinascita
italiana dopo il ventennio
fascista, tener desta la
memoria della Guerra di
Liberazione nazionale
significa riscoprire
l'identità della nostra
Italia democratica;
riaffermare, con serenità
ed energia, il carattere
irrevocabilmente unitario
del Paese; salvaguardare
gli ideali e i valori
fondanti della
Costituzione repubblicana.
E' per questo che si
intende ricordare ai
Calabresi, e, in modo
particolare, ai giovani,
il contributo di
primissimo ordine dato dai
combattenti della nostra
regione alle lotte
sostenute in Italia e in
Europa per il riscatto
dalla dittatura
nazifascista ed,
idealmente, da ogni forma
di totalitarismo.
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Il
Presidente
Provincia di Cosenza
On.
Gerardo Mario
Oliverio
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Il
Presidente
I.C.S.A.I.C.
Prof.ssa Marinella
Chiodo
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Provincia di Cosenza
Assessorato alle
Politiche Giovanili
Prof.ssa Donatella
Laudadio
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I.C.S.A.I.C.
con il patrocinio della
Provincia e del Comune
di La Spezia e in
collaborazione con:
- ANPI della
provincia di La Spezia
- AICVAS di
Milano (Associazione
Combattenti volontari
antifascisti di Spagna )
- Istituto storico
della Resistenza -
La Spezia
-
Confederazione italiana
tra le Associazioni
Combattentistiche
Comitato di La Spezia
60°
Anniversario della
Liberazione
MARCO "PIETRO"
PERPIGLIA (1910- 1983)
Una vita per la libertà:
dalla guerra di Spagna
alla Resistenza, alla
Repubblica
Roccaforte
del Greco (RC)
1° Maggio 2005 ore 10:00
(Centro Polifunzionale)
Interventi:
- Prof.
Giuseppe Masi
(Direttore ICSAIC )
- Prof. Giuseppe
Comerci (Docente
Università di Messina)
- Prof. Antonino
Familiari (ex
partigiano melitese in
Piemonte )
- Dott.
Carmelo
Azzarà
Sarà
presente una delegazione
spezzina con due ex -
comandanti partigiani:
On.
Varese Antoni "Varese"
(Presidente ANPI )
On.
Giusepe
Fasoli "Tolstoi"
Per
l'occasione verrà
proiettato il documentario
su Marco Perpiglia
e sulla moglie
Giuseppina Russo
(anch' essa antifascista e
partigiana ): "La
spiga di grano e il sole",
diretto dal Prof.
Maurizio Marzolla. |
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Il
comunista
di Roccaforte
Ottobre è un buon mese per morire.
La valle ai piedi di Roccaforte
del Greco si colora dei toni
dell'autunno e la brezza che si
arrampica verso la montagna porta
con se l'annuncio di un inverno
gelido. L'ennesimo.
Marco guarda la fiumara e prima
d'impugnare la vecchia pistola che
scriverà la parola fine alla sua
vita, respira profondo, con calma.
Niente a che vedere col fiatone
che lui e Giuseppina si erano
procurati correndo tra gli ulivi
cinquant'anni prima per consumare
la loro "fuitina". Che bello che
era stato, quanta gioia in quei
volti tersi dal sudore. Nonostante
la miseria. Malgrado tutto.
«Marco Perpiglia vuoi tu prendere
in sposa la qui presente
Giuseppina Russo?». Il matrimonio
a Roccaforte del Greco si era
svolto con la festa in casa, come
si usava una volta. E in quella
casa era nata anche Adelina, la
loro prima bambina. Li, era morta
dopo pochi mesi. E Marco non aveva
capito neppure il perchè. Era
malata gli aveva detto il medico.
Era vittima della miseria, per
Marco. E per fuggire alla miseria,
assieme a Giuseppina erano partiti
per il nord. A La Spezia, dove
cercavano operai, ci erano
arrivati pochi mesi dopo. Marco
aveva iniziato immediatamente a
lavorare come ebanista
all'arsenale, Giuseppina, poco
dopo, allo jutificio della
Montecatini.
Ma Marco non cercava solo lavoro,
voleva di più. Pensava alla
dignità, alla libertà, ai diritti
che non aveva mai conosciuto.
Pensava a tutto quello che il
regime fascista non consentiva di
pensare.
Per questo si era iscritto al
Partito comunista clandestino. Ma
La Spezia brulicava di
collaborazionisti in quegli anni.
Nel '36 i fascisti già lo
cercavano e nel gennaio del '37
assieme al fratello Ninì, che
intanto lo aveva raggiunto, si era
deciso di fuggire, verso la
Francia. Per un pò, pensavano.
Ninì si era fermato a Marsiglia,
in Marco invece bruciava il fuoco
della politica.
Al confine con la Spagna, Luigi
Longo stava organizzando le
"Brigate internazionali" che
dovevano andare a combattere
contro il generale Franco. Più di
44 mila uomini di 56 paesi
diversi. Marco si era unito a
loro, non poteva mancare.
E lì che per la prima volta
impugna un'arma. Simile a quella
che ora guarda distrattamente.
Marco non ha un gran rapporto con
le armi. Non lo aveva neppure nel
luglio del '37, quando ad Albacete
aveva varcato il confine spagnolo
con il dodicesimo battaglione
Garibaldi delle Brigate
internazionali.
Mesi intesi. Marco era diventato
il commissario politico della
dodicesima, col nome di battaglia
di "Pietro". Si combatte sui
fronti di Brunete, Huesca,
Estramadura, sull'Ebbro. "Pietro"
non l'aveva manco vista quella
pallottola che gli aveva
scheggiato la gola. Si era
scoperto vivo per un soffio , poco
prima che le democrazie europee
voltassero le spalle alla Spagna e
il fascista Franco avesse il
sopravvento.
Nei primi mesi del '39 quel che
restava delle Brigate
internazionali era stato deportato
nei campi di prigionia francesi,
allestiti dal governo filofascista
di Petain.
I campi portavano nomi destinati a
non essere dimenticati: St.
Cyprien, Gurs, Vernet. Duecento
uomini per ogni baracca sommersa
nella neve. Erano stati mesi
durissimi. Marco aveva letto
molto, aveva studiato, e aveva
scritto per i tanti compagni che
non lo sapevano fare.
«Ogni mattina - aveva detto in
lettera alla madre - trovo un
compagno morto. Per fame, per
freddo, per malattia».
Era il gennaio del '41, quando i
francesi avevano deciso di
consegnare i prigionieri italiani
alle camicie nere di Mussolini.
Più tardi un tribunale speciale
aveva processato Marco, non il
temuto "Pietro". Per questo errore
invece che alla fucilazione era
stato condannato a 5 anni di
confino a Vetotene: con Pertini,
Terracini, Pacciardi. Sarebbe
stata meglio la fucilazione
piuttosto che la notizia della
morte di suo figlio. Il piccolo
Rocco, nato quattro anni prima,
era stato travolto da
un'automobile mentre Giuseppina
era in fabbrica.
Ancora due anni lontano da La
Spezia e da Giuseppina. Fino al 25
luglio del '43, quando cade il
governo Mussolini. Il rientro
coinciderà con un nuovo impegno
nel Pci. Erano stati mesi di
scioperi, arresti, torture, fughe
rocambolesche, fin quando braccato
era stato costretto a fuggire in
montagna tra i partigiani.
Sui monti era stata fondata la
brigata Centocroci, il partito gli
aveva chiesto di assumere il ruolo
di commissario politico della
quarta zona operativa ligure.
Giuseppina non era stata da meno.
A La Spezia era entrata a far
parte della Brigata Gramsci. Fino
alla liberazione.
Con la pistola in mano il vecchio
Marco quasi sorride a ripensare
alla grande festa fatta per la
caduta definitva del nazifascismo.
All'indomani di quei giorni
memorabili il "compagno Marco
Perpiglia", membro del Clnp, era
stato proposto per la carica di
Prefetto e alle prime elezioni lo
si voleva far candidare come
senatore della Repubblica. Marco
aveva rifiutato, forse per colpa
di quel suo chiodo fisso. Voleva
costruire la Camera del lavoro in
Calabria, nella provincia di
Reggio, da cui era dovuto
emigrare. Sei mesi a Reggio, poi
il rientro a La Spezia.
Nella città dello Stretto aveva
vissuto nella sede del Pci.
Tornato a La Spezia, dopo alcuni
mesi aveva ripreso l'attività
politica e sindacale. Ma i
sindacalisti non sono amati dai
padroni. Nel '52, assieme ad altre
centinaia di lavoratori, viene
licenziato. Il ministro degli
interni Pacciardi, di cui era
stato commissario politico in
Spagna, si propone di aiutarlo e
di farlo riassumere. Figuarasi, a
Marco, che non aveva mai chiesto o
voluto nulla di quanto non poteva
condividere coi compagni. Aveva
rifiutato l'offerta a vantaggio di
un "un padre di 4 figli".
Fino al '62 quando con Giuseppina
avevano deciso di rientrare a
Roccaforte del Greco. Lo scontro
con il Pci calabrese era stato
durissimo, al punto da fargli
abbandonare l'attività partitica.
«Marco - diranno poi alcuni
dirigenti - era uno difficile,
incapace di arrivare a compromessi
di sorta. Intransigente fino
all'esasperazione. Non ci poteva
discutere».
Ride amaro Marco Perpiglia quell'ottobre
del 1983. In una mano impugna la
pistola, nell'altra il certificato
di povertà. Non c'è più tempo per
ricordare. Ride e guarda la
vallata. Ride e pensa a quando si
era rifiutato di stringere la mano
ad un mafioso locale appena uscito
dal carcere: «Io a quelli come te
non la stringo la mano». Ride e
pensa a Giuseppina. A quando la
sua compagna aveva tagliato
l'acqua alla moglie del comandante
della caserma dei carabinieri, che
si era collegata direttamente
dalla fontana della piazza per
avere l'acqua in casa, mentre le
altre donne erano costrette a fare
la fila. «Guarda che tu non sei
meglio delle altre», le aveva
urlato in faccia.
Una grande donna la Giuseppina. A
vederla ridotta immobile in un
letto ti si spezzava il cuore.
Avrà le sue cure Giuseppina, Marco
ne è certo, circondata dai nipoti,
accudita dalla sorella. Ma lui in
un letto no. Non è così che muore
un cambattente. Un combattente
muore quando è tempo di morire,
con dignità e guardando in faccia
il sole.
Ottobre è un buon mese per morire.
La valle ai piedi di Roccaforte
del Greco si colora dei toni
dell'autunno e la brezza che si
arrampica verso la montagna porta
con se l'annuncio di un'inverno
gelido. L'ennesimo. Ma questa
volta il "compagno Pietro" ha
deciso di non asptettarlo.
La storia di Marco "Pietro"
Perpiglia e Giuseppina Russo è
stata ricostruita dai ragazzi di
"Aspromonte Liberamente", in un
documentario dal titolo "La Spiga
di Grano e il Sole", nell'ambito
di una tappa fondamentale per un
percorso di ricerca storica e
culturale sull'identità e la
memoria del popolo calabrese. Un
lavoro che sarà presentato in
anteprima nazionale il prossimo 23
aprile a La Spezia, nel contesto
delle celebrazioni per il 60°
anniversario della Liberazione. Il
25, in collaborazione con il
comune di Cosenza, il documentario
sarà riproposto al cinema Italia.
Il primo maggio sarà la volta di
Roccaforte del Greco e il 4 maggio
a Reggio Calabria al Dopolavoro
ferroviario.
Si è spesso guardato alla
Resistenza come ad un fenomeno che
ha interessato escusivamente le
popolazioni del Centro e
Nord-Italia. Un'attenta ricerca
storica, condotta in sinergia con
l'Istituto Calabrese per la Storia
dell'Antifascismo e dell'Italia
Contemporanea, ha permesso di
scoprire che numerosissimi
calabresi parteciparono alla lotta
di liberazione, e che molti di
loro, in precedenza, aderirono
alle Brigate Internazionali che
combattevano in Spagna per
difendere la Repubblica. La
vicenda di Marco e Giuseppina
assume un significato emblematico
per tutti quei calabresi che, in
tempi diversi, hanno inteso
rifiutare una condizione di
perenne sottomissione e di pacata
apaticità, sognando una Calabria
che, a partire dalle proprie
radici storiche, ricerca un
recupero di un'identità e non
sente lontana ed intangibile la
storia del Novecento. Emblematica
è la loro esperienza perché tutte
le loro scelte, come pure il
prezzo che pagarono, furono
improntate alla causa della
giustizia e della libertà.
La ricostruzione storica, che ha
richiesto più di 6 mesi di
ricerche, non avrebbe potuto darsi
senza il contributo dei familiari
e dei compagni di lotta di Marco,
senza l'ausilio delle immagini
dell'Archivio del Movimento
Operaio e Democratico, senza i
materiali forniti dall'Istituto
Spezzino per la storia della
Resistenza e della Storia
Contemporanea e dal Museo della
Resistenza Le Prade.
Un plauso va ai ragazzi e ai
docenti di Aspromonte Liberamente,
che sono arrivati a ricostruire
ambienti e circostanze integrando
i documenti alla fiction.
Piace infine ricordare la
disponibilità dell'associazione
Vaporiera Express, che ha rimesso
in moto i treni d'epoca per
consentire di fare alcune riprese.
Torna
presto a trovarci e se vuoi
scrivici!
e mail:
info@roccafortedelgreco.info
Luigi Palamara
lu Calannotu
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